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storia e dintorni

COLLOQUIO CON DON REMO COLLINI

Giotto nacque qui

San Cassiano in PaduleDon Remo Collini, attualmente parroco a Dicomano, arriva a San Cassiano in Padule all’inizio  degli anni ’60. Si mette a studiare l’archivio e incomincia a prendere appunti anche perché – sono sue parole <<non è facile per un cittadino comprendere il mondo contadino>>. <<Una delle cose in cui m’imbattei – racconta – era Giotto! A me non fece specie – continua – perché quand’ero a Firenze sapevo già che Giotto era nato in Mugello e quando arrivai qui sapevo già che era del Colle di Romagnano. D’altro canto – precisa – tutta la gente di qui lo sapeva>>. Da quel momento Don Remo, una volta alla settimana, si reca a Firenze per consultare archivi e biblioteche per approfondire la cosa.

La torre di Romagnano dopo i restauriE’ questa la genesi del saggio che apre il volume Giotto, nato al colle nel popolo di S. Cassiano in Padule che sistema una volta per tutte la vicenda relativa all’individuazione della casa natale del pittore. << Appena acquistammo  Romagnano, negli anni settanta, – riferisce Paolo Bacciotti proprietaro del “Podere di Tullio” all’interno del quale si trova la casa, nonché presidente della fondazione “Tommasino Bacciotti” alla quale sono destinati tutti i proventi del libro – venne da me Don Collini e mi disse: “lo sa che lei ha acquistato la casa di Giotto?>>.

Il pozzo oggi inglobato nella casa di Romagnano<<A un certo punto trovai un documento – racconta ancora Don Remo – dell’epoca di Carlo Magno appena diventato re, che riguardava anche la zona della Pieve, di Molezzano, del Botena. A me interessava tutto, – precisa – non solo il pittore, anche se Giotto è stato uno dei più grandi evangelizzatori della storia perché le pitture sono sempre state il vangelo dei poveri!>>. Nel saggio, infatti, persone, famiglie, località, strade è come se riprendessero vita arricchendo di senso la nostra terra e suscitando sentimenti di gratitudine per il fatto di essere stati chiamati proprio qui a vivere la nostra avventura umana. Anche il popolo minuto aveva dimestichezza con la bellezza: pittori dovevano essercene parecchi considerando che anche le più piccole chiesette erano arricchite di immagini. E non può essere questa la circostanza dell’incontro di Giotto con Cimabue?

Già, l’incontro! Come dovremmo recuperare l’apertura all’eventualità, alla possibilità  - come scriveva Mario Luzi-, che le cose accadano: le cose non sono tutte accadute. Forse lo sperare che le cose possono accadere marca la differenza tra un popolo che “cresce” e un popolo che declina. Se partorì Giotto il popolo di San Cassiano in Padule era certamente un popolo che sperava!

Quando insegnava all’Istituto d’arte Don Collini racconta del Direttore che lo esortava: <<Spieghi i contenuti! questi ragazzi non conoscono niente!>> Poi commenta: <<Va superata la visione crociana per la quale è l’estetica che parla e i contenuti non contano nulla!>> E aggiunge sorridendo: <<Per un pittore dipingere la ragazza del cuore è diverso che rappresentare la zia Cunegonda che gli rompe sempre l’anima>>.  Giotto possedeva, oltre ad una grande conoscenza delle sacre scritture, l’ethos del suo popolo e con la sua arte lo ha fatto conoscere al mondo. Pensavo questo quando, per la squisita gentilezza del proprietario, con grande emozione ho potuto visitare la casa del pittore.

Sfogliamo il libro e ci fermiamo sul particolare dell’autoritratto di Giotto in età giovanile nell’affresco del Giudizio Universale. Don Remo commenta: <<Mia madre diceva che i giovani delle Caselle, quando cominciano a crescere, sono molto più aggraziati delle ragazze. Io penso che, probabilmente, questa peculiarità del tratto fisico provenga dalla grande presenza longobarda>>

Poi si parla di tante altre cose: di Vespignano e di Montesassi e di come Vicchio sia sorto sotto queste due appartenenze, di paesaggio mugellano e di come questo trovi riscontro nella pittura di Giotto e di tanto altro ancora. Si resta meravigliati di come don Remo affronti tutti gli argomenti con cuore di prete e di artista. E riaffiora la nostalgia della bellezza in tutte le sue manifestazioni, e di come sia vero un proverbio ebraico che, grosso modo, recita così: si può cantare senza voce, ma non senza anima.

Giampiero Giampieri

 

 

Dove trovare il volume

Il libro –che ha un costo di 15 euro- può essere acquistato presso la libreria Cantini in via Pananti a Borgo San Lorenzo, all’edicola Landi Daniela di via Garibaldi a Vicchio oppure al Forno Rossi, in via Rossini a Vicchio.

Tutti i proventi sono devoluti in beneficenza.

Il volume, che porta la presentazione di Riccardo Nencini, presidente del Consiglio Regionale, è composto da vari saggi: quello di Remo Collini, "La pieve di Giotto: da San Pietro a San Cassiano in Padule", il saggio di Giacomo Margheri, "Un preludio di Rinascimento: gli anni di Giotto e Dante", quello di Mauro Marrani, "Il Mugello antico, il Mugello mezzadrile, il Mugello di Giotto", e infine il saggio di Alessandro Del Meglio "La patria di Giotto: antica terra di confine". Conclude il volume una postfazione di Roberto Manescalchi.

 

“Il dì 8 gennaio 1336 muore in Firenze in via del Cocomero (oggi Ricasoli) e precisamente nella casa ov’è il Tabernacolo delle 5 lampade, il celeberrimo pittore e architetto mugellano, Giotto di Bondone, nato al Colle nel popolo di San Cassiano in Padule l’anno 1266.”

Giorgio Vasari, Vite,con annotazioni del Cav. Gaetano Milanesi,

G.C. Sansoni, Firenze 1906

 

“La tradizione contadina afferma senza ombra di dubbio che Giotto fosse nato sul Colle di Padule, nella torre di Romagnano, e che fu battezzato nella Pieve si San Cassiano in Padule.”

Don Remo Collini, La Pieve di Giotto: da San Pietro a San Cassiano in Padule

 

“Giotto, o Angiolotto, nasce, non a Vespignano, ma al più nel contado di esso castello; ma sibbene nel popolo della pieve di San Cassiano in Padule in luogo detto Colle, ove ancora sotto il dì 20 gennaio 1347 abitava la sua famiglia e segnatamente Donato e Francesco suoi figlioli; vi si nomina ancora Lucia figlia di Giotto, maritata a lasso di Martinocco, abitante a Sagginale, popolo di San Cresci in Valcava.”

Aggiunte manoscritte di Don Antonio Dell’Ogna alla Decrizione della provincia del Mugello del Brocchi, in Bollettino Storico-letterario del  Mugello – Giotto, cit., p.204.

 

“Infine il 27 0ttobre 1336 lo stesso Francesco di Boninsegna [si tratta di un notaio vespignanese] stipula un atto a Colle in curia Giotti Bondonis populi plebis Sancti Cassiani de Padule. Il riferimento a Giotto della determinazione del popolo di San Cassiano in Padule, nel cui territorio si trovava Colle, non potrà qui essere contestato da nessuno.”

U. Procacci, Giotto e il Mugello

 

“La ragione perché Giotto si disse da Vespignano e non da Colle è molto semplice e facile a spiegare. In quel tempo remotissimo Vespignano era uno dei tanti comunelli del contado fiorentino: comunello la cui giurisdizione si estendeva anche al villaggio o casolare di Colle. …Sicché era Colle frazione di Vespignano. …Questa e non altra è la ragione per cui Giotto si disse da Vespignano e non da Colle, come davvero dovrebbe adesso dirsi.”

G. Baccini, La casa di Giotto a Vespignano e Colle

  

“Una parte del Passo del Ghiberti è trascritta su un’epigrafe commemorativa, posta nei pressi dei ruderi di un ponte medievale sulle sponde dell’Ensa, uno dei torrenti che confluiscono sulla sinistra della Sieve: è chiamato appunto ponte di Cimabue, che per tradizione è stato da sempre associato all’incontro fra i due grandi maestri toscani. Tuttavia, se verifichiamo su una carta topografica la distanza tra questo ponte e il borgo di Vespignano, ci accorgiamo subito che quel che avrebbe detto il pastorello a Cimabue, forse travisato da chi ne fece racconto, non sia affatto credibile; infatti Giotto, additando la sua casa, disse <<el mio padre…Bondoni…stà in questa casa che è appresso>>. Ma quel ponte è distante da Vespignano circa un chilometro e da quel luogo infossato non si scorge il piccolo borgo sovrastante. Doveva trattarsi, invece, di un ponte molto vicino alla sua abitazione: se la frase riportata è stata veramente pronunciata, tutto appare più chiaro se facciamo coincidere il ponte menzionato dal Ghiberti con quello antico che si trovava (e i cui pochi ruderi sussistono ancora tra le fronde e il folto sottobosco a livello del Muccione) fra la Pieve di san Cassiano, dove fra l’altro Giotto era stato battezzato, e la sua casa di Colle”.

Alessandro Del Meglio, La patria di Giotto: antica terra di confine

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, settembre 2008

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