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GLI ARTICOLI

E’ l’ora di un serio esame di coscienza

Irrilevanti. Fino a quando?

 Una scuola all’altezza delle necessità formative ed educative; un lavoro sul quale impostare la propria vita; una pensione che non faccia guardare con terrore alla vecchiaia; una cultura orientata alla vita e alla bellezza; la serenità nel mettere al mondo figli; tessere relazioni di pace tra le persone e tra i popoli; sono alcuni tra gli obbiettivi, la cui mancata realizzazione rivela il fallimento dei cattolici rispetto al raggiungimento del bene comune nel nostro Paese. Fallimento, non sconfitta, perché la sconfitta nasce da una battaglia che, in questo caso, nessuno ha combattuto. Di più, come comunità cristiana, non abbiamo nemmeno messo credibilmente in circolo un adeguato punto di vista che raccogliesse e concretizzasse queste aspirazioni.

Abbiamo quindi lasciato campo libero a interessi, ideologie e culture diverse che, non di rado, abbiamo rafforzato con la nostra partecipazione, anche per una cattiva comprensione del concetto di laicità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una situazione sociale e politica potenzialmente esplosiva e disgregante dalla quale appare sempre più difficile uscire. Chi scambia alla messa il segno della pace con noi, visto con il metodo politico attuale, può trasformarsi da fratello in avversario in un batter d’occhio. Probabilmente è anche per questo che siamo arrivati ad una consolidata irrilevanza dei credenti nella società.

Penso che, a ben guardare, non abbiamo maturato in alcun modo  la consapevolezza di due aspetti fondamentali. Il primo è che la luce di Cristo è indispensabile per la costruzione di una convivenza a misura della dignità dell’uomo. Il secondo riguarda la non comprensione in profondità della relazione tra l’organizzazione comunitaria della società e la vita eterna.

In epoche passate c’era una domandina del catechismo che ci aiutava: Per qual fine Dio ci ha creato? Dio ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell'altra in Paradiso. Appare evidente che servire Dio in questa vita significa fare il bene, ai poveri soprattutto, non soltanto con l’elemosina, ma anche attraverso una costruzione sociale che persegua la giustizia attraverso la libertà e la responsabilità.

Eppure sono quasi 120 anni che la Chiesa c’invita a riflettere e ad impegnarci nella società attraverso una serie di encicliche sociali ed interventi, che vanno dalla Rerum Novarum del 1891 alla Caritas in Veritate del 2009. Occorre prendere atto che questo patrimonio prezioso, anche per pesanti responsabilità sulle quali qui è inutile dilungarsi, non è penetrato nel cuore e nella coscienza dei redenti che hanno preferito abbeverarsi ad altre fonti.

C’è poi un problema di luoghi. Dove la comunità cristiana può ordinariamente ritrovarsi per affrontare questi argomenti? Quante volte ho avvertito questo vuoto nella mia esperienza di sindacalista!

Appare evidente che occorre recuperare con sollecitudine questa situazione, strutturando il lavoro su questi argomenti come vita ordinaria di ogni comunità. Non si tratta, infatti, di un’attività facoltativa e di contorno, ma del compito sostanziale dei cristiani laici nel mondo. Proprio di questi tempi papa Benedetto ce lo ricorda in continuazione!

Sarà come riaccendere una luce; come gioire di una splendida mattinata di sole dopo tante giornate grigie e con tanta nebbia.

Giampiero Giampieri

 

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, dicembre 2010

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